Grande recensione per il disco dei Plants su Heart Of Glass! (Mastering Online, Mix Online, Studio di Mastering)

Tales-from-Space-Echo-The-Plants

Roma sud vibra di pulsazioni eteree, uno shoegaze mozzato, un rigurgito post-punk armonico e compatto: così si presentano The Plants, quartetto romano con inclinazioni art-rock, eppure così lontani dalle mode e dagli umori di una capitale che si è d’un tratto risvegliata hype senza sapere come! Tales from the Space Echo (VDSS Records) va controcorrente rispetto alla tendenza pseudo-cantautorale di raccontare la nuova generazione di giovani stralunati e sognatori, e con grande atto di coraggio si propone come alternativa, pescando idealmente da quegli anni ottanta che solo i primi capelli bianchi dei quarantenni d’oggi possono nostalgicamente ricordare per davvero.

Approccio alienante, rombi di distorsioni di sei corde, sentori di modulazione ed echi dilatatissimi, percussioni possenti ed ipnotiche, mentre le tonalità basse prolificano come linfa vitale lungo un tessuto sonoro articolato, oscuro, a tratti quasi onirico: The Plants è un gruppo nato con la precisa volontà di comunicare qualcosa di nuovo.
Simone Cetorelli (voce), Paolo Fraddosio (chitarra), Gianluca Fraddosio (basso) ed Alessandro La Rosa (percussioni) innescano nell’ascoltatore una melanconia quasi naturale, prendendo tutto lo sporco, l’ovattato ed il rumore della seconda metà degli anni ottanta (Jesus and Mary Chain, ma anche qualcosa di Bauhaus e Killing Joke) e di dargli una tonalità stagnante ed emozionale, quasi da emo-core rivisitato. Leggeri feedback si alzano come le creste di onde magnetiche cariche di tensione, per poi implodere in un fragoroso noise ragionato nel quale i livelli sonori si sommano e si sovrappongono costruendo muri di ineffabile sostanza: più o meno così suonaI.W.T.K. (I want to kiss) fragorosa, concentrata, ansiosa nella sua urgenza d’amore.
Eppure in Tales from the Space Echo convivono diversi approcci, nel quale spesso e volentieri le parti suonate si ritrovano protagoniste, mentre il cantato riecheggia come lontanissimo, e per questo ancora più enfatico e rivelatore. Così se Yosemite prende un ritmo claustrofobico quasi ballabile, Wide circle rallenta e accelera a piacimento, dimostrando come The Plants sappiano giocare con volumi e velocità senza scendere a grossi compromessi, poiché il grumo sonoro risulta sempre pieno e curato del dettaglio.
Per certi versi la dolce Lullaby di questo disco apre a mondi lontanissimi, grazie ad un’ampiezza armonica rarefatta che s’arricchisce ad ogni strofa di elementi nuovi, dagli arpeggi cristallini di chitarra, al frenetico delay che in chiusura del brano eregge una nuvola sonica quasi impenetrabile. C’è spazio anche per ballate acide come Life is changing, perfetta per stemperare la tensione rumorosa di metà disco, o per il vellutato divenire diVerte, capace di rilasciare calma a piccole dosi, in un ambient-jazz raffinato, fresco e molto piacevole da ascoltare (personalmente una buona strada da seguire anche per il futuro…).
Arrivato in prossimità della fine, è impressionante accorgersi come in Tales from the Space Echo ci sia una ricchezza di suoni che spesso rimbalza tra gli opposti, eppure il tutto scorre senza strappi o salti mortali che ne disturbino l’ascolto. Così il banchetto dei The Plants si fa ancora più succulento nelle ultime due tracce così diverse tra loro da spiazzare e confondere: da Nyx che rintocca una nenia sonora struggente e colma di enfasi, all’esperimento euro-pop pieno di bollicine di Live ‘n’ go.
Un disco ben prodotto, suonato con la passione e la dedizione di chi crede ciecamente in quello che fa; viene facile promuovere The Plants come bella alternativa a tutto quell’indie, spesso puerile, che ci viene infilato nelle orecchie sempre più spesso anche dalle tv e radio commerciali. In Tales from the Space Echo c’è il vero piglio indipendente, c’è la vera fatica di chi controvento fa valere la propria musica … bravi!

 

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